Trascorso un anno dal ritiro dal mercato americano del farmaco natalizumab (casa farmaceutica produttrice: Biogen Idec; nome commerciale: Tysabri, già denominato Antegren nel contesto di trial clinici), deciso nel febbraio 2005 dopo la segnalazione di due casi di leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML) in pazienti con sclerosi multipla (SM) trattati con Tysabri associato ad interferone beta-1a (vedi commento relativo sul nostro sito), la pubblicazione di tre articoli scientifici sul numero di marzo della rivista New England Journal of Medicine ha riaperto le prospettive di una possibile ripresa dell’utilizzo del farmaco stesso.
Due di questi articoli presentano i risultati finali dei trial clinici di fase III condotti con Tysabri. Il primo studio (denominato AFFIRM) ha valutato l’efficacia di 300 mg mensili di Tysabri (somministrati per via endovena in un’unica infusione) versus placebo in 942 pazienti con SM a remissioni e recidive (di cui 627 randomizzati a ricevere farmaco attivo). Lo studio ha avuto una durata di due anni e le misure primarie di efficacia erano sia la frequenza di ricadute cliniche che la progressione della disabilità alla scala EDSS dopo due anni. Nei pazienti trattati con natalizumab, il rischio di progressione della malattia è stato ridotto in media del 42% (sono progrediti il 17% dei pazienti trattati ed il 29% di quelli in placebo), mentre la frequenza di ricadute è stata in media ridotta del 68% nel gruppo trattato rispetto a quello in placebo. Oltre a ciò, la somministrazione di natalizumab si è associata ad una riduzione dell’80% del numero di lesioni di nuova comparsa alla risonanza magnetica (RM) dopo due anni e del 90% del numero di lesioni captanti, in confronto a quanto osservato nel gruppo placebo. Dal punto di vista della sicurezza e tollerabilità, non sono stati rilevati casi di PML, mentre gli eventi avversi più frequenti nel gruppo trattato sono stati reazioni allergiche e di ipersensibilità, mentre si sono verificate solo infezioni di entità lieve o moderata, peraltro senza significative differenze tra i due gruppi di trattamento.
Il secondo studio (denominato SENTINEL) ha valutato l’efficacia di 300 mg mensili di natalizumab (in monosomministrazione endovena, come nello studio AFFIRM) nel ridurre la frequenza di ricadute e la progressione di disabilità in pazienti con SM a remissioni e recidive che stavano già assumendo interferone beta-1a (30 mcg alla settimana IM) da almeno un anno e avevano presentato una o più recidive durante i 12 mesi precedenti l’inizio dello studio SENTINEL. Il disegno dello studio prevedeva la randomizzazione dei pazienti a ricevere natalizumab o placebo (entrambi in somministrazione endovena mensile) in aggiunta all’interferone stesso, per una durata di due anni. Lo studio ha arruolato 1171 pazienti, di cui 589 sono stati trattati con natalizumab + interferone. Nel gruppo trattato la percentuale di pazienti con progressione di malattia è stata del 24% inferiore (23% dei pazienti rispetto a 29% di quelli in placebo) e la frequenza media annuale di ricadute, sia pure molto bassa nel complesso, è anch’essa risultata significativamente minore (0.34 nei trattati, 0.75 nei placebo). L’associazione dei due farmaci ha anche condotto ad una significativa riduzione della attività di malattia alla RM. Tuttavia, in due dei pazienti trattati con natalizumab ed interferone, si è verificata la comparsa di PML, in un caso fatale.
L’ultimo articolo di interesse è il resoconto di una rivalutazione sistematica dei dati clinici, di laboratorio e di RM di 3116 pazienti partecipanti a trial clinici con natalizumab, volta ad escludere una diagnosi di PML anche in fase subclinica. Fra 44 casi di “possibile” PML, si è confermata la diagnosi solo nei 3 pazienti già segnalati (due con SM, partecipanti allo studio SENTINEL, ed uno con malattia di Crohn, partecipante ad una sperimentazione [studio ENCORE] con natalizumab versus placebo), giungendo quindi ad una stima di incidenza pari a 1:1000 pazienti trattati, per un periodo di esposizione al trattamento pari in media a 18 dosi. I risultati di questo studio non possono, ovviamente, fornire una stima del rischio a lungo termine né di quello associato a dosi cumulative maggiori di farmaco.
Basandosi su questi risultati, l’agenzia statunitense di regolamentazione dei farmaci (FDA) ha attivato la procedura per la reintroduzione in commercio del natalizumab, previa ridefinizione del rischio associato alla terapia e, molto probabilmente, limitata alla sua somministrazione “isolata” (ossia, non in associazione con interferone o altri immunomodulante). Si prevede che tale procedura possa concludersi favorevolmente entro il giugno 2006. Come è noto, l’eventuale disponibilità del farmaco in Europa ed in Italia dipenderà tuttavia dalla valutazione della analoga commissione Europea, che potrebbe pronunciarsi entro alcuni mesi dopo la decisione ufficiale della FDA.
La speranza di potere includere, tra un anno circa, il natalizumab nell’armamentario terapeutico della SM non deve però farci dimenticare che le reali valutazioni dei rischi legati ad una determinata terapia possono fondarsi solo sulla esperienza clinica “post marketing”, ossia nascere dalla sua somministrazione su vasta scala, al di fuori dei trial clinici e per periodi di tempo prolungati. L’invito e la raccomandazione ai pazienti con SM è, quindi, quello di non cercare “a tutti i costi” nuove terapie, ma di affidarsi ai propri neurologi di riferimento per una corretta valutazione del rapporto rischio/beneficio ad esse associato.