Archivio per il 'sclerosi multipla'Categoria

La prolattina contro la sclerosi multipla

14 Marzo 2007

Come mai la prolattina, l’ormone che nel corso della gravidanza prepara la ghiandola mammaria all’allattamento, svolge un ruolo protettivo dai sintomi della sclerosi multipla?
A questa domanda risponde uno studio canadese, dell’Università di Calgary, pubblicato sul Journal of Neuroscience (2007; 27: 1812-1823).

Partendo dall’osservazione che nei nove mesi di gestazione le ricadute della SM diminuiscono, i ricercatori hanno cercato di stabilire quale fosse il ruolo della prolattina somministrandola a un gruppo di cavie gravide e affette da encefalite autoimmune, la forma di sclerosi multipla nel modello animale.

Dai risultati emerge che la gravidanza – e nello specifico la prolattina – stimola nelle cavie la sintesi di oligodendrociti (le cellule che producono la mielina) favorendo l’integrità delle fibre nervose.
I ricercatori hanno anche provato a eliminare la mielina dai nervi delle cavie vergini sottoponendole a un trattamento con la prolattina. Anche in questo caso, dopo due settimane, la mielina si è ricostituita. Samuel Weiss, direttore dell’Hotchkiss Brain Institute all’Università di Calgary e autore senior dello studio, conclude che la prolattina potrebbe essere sperimentata nelle persone con SM come sostanza stimolante la riparazione della mielina.

i’m initiative of microsoft

14 Marzo 2007

http://im.live.com/Messenger/IM/Home/

i’m is a new initiative from Windows Live™ Messenger. Every time you start a conversation using i’m, Microsoft shares a portion of the program’s advertising revenue with some of the world’s most effective organizations dedicated to social causes. We’ve set no cap on the amount we’ll donate to each organization. The sky’s the limit.

So any time you have an i’m™ conversation using Windows Live Messenger, you help address the issues you feel most passionate about, including poverty, child protection, disease, and environmental degradation. It’s simple. All you have to do is join and start an instant messaging conversation. We’ll handle the donation.

There’s no charge, so join now and put our money where your mouth is.


Click a logo to meet the cause organization

American Red Cross Boys & Girls Clubs of America National AIDS Fund
National MS Society ninemillion.org Sierra Club
StopGlobalWarming.org Susan G. Komen for the Cure U.S. Fund for UNICEF

STAMINALI: successo o illusione?

14 Marzo 2007

Non passa giorno che non si sentano annunci di cure miracolistiche a base di cellule staminali per qualsivoglia malattia. Ma qual’è la situazione reale e quali le speranze concrete per i malati? Innanzitutto non si può genericamente parlare di staminali per tutto e per tutti. Ci sono differenze sostanziali tra le varie staminali e le varie malattie. In alcuni casi queste cellule sono già una realtà: in Italia si eseguono più di 1000 trapianti/anno di midollo osseo che non è altro che un trapianto di staminali del sangue, negli ultimi 20 anni le staminali della pelle hanno curato migliaia di gravi ustionati in tutto il mondo. In altri casi le evidenze di un reale potere curativo delle cosiddette cellule bambine sono solo ad un livello pre-clinico (sclerosi multipla, ictus, diabete), o limitate e anedottiche (difetti ossei e cartilaginei, ischemia degli arti, sclerosi laterale amiotrofica, traumi spinali). Ci sono poi situazioni, paradossalmente quelle più gridate, in cui le evidenze sono addirittura contraddittorie (infarto cardiaco, Parkinson) o inesistenti (Alzheimer). Considerando tutte le esperienze accumulate, è chiaro che non basta avere identificato ed essere riusciti a crescere in laboratorio i vari tipi di staminali (sangue, cervello, grasso, cuore, pelle, osso) per curare persone malate. Tante sono le domande a cui rispondere prima di intravedere un uso su larga scala di queste terapie. Quali cellule utilizzare? Dove prelevarle? Embrionali, adulte, fetali, cuore, sangue, grasso… Le cellule embrionali danno meno problemi di rigetto ma possono dare origine a tumori. Le cellule adulte sono prive di tossicità ma, in certi casi (cervello), se ne possono ottenere solo quantità minime. Le cellule fetali sono, forse, un compromesso ragionevole. E’ più facile ottenere staminali dal sangue che dal cervello o dal muscolo. Se avessimo la cellula giusta, come trapiantarla? Nell’infarto la somministrazione direttamente nella zona del cuore danneggiata rappresenta sicuramente la via migliore ma in malattie come l’Alzheimer o la sclerosi multipla dove il danno è diffuso a tutto il cervello come possiamo fare? E’ impensabile un intervento neurochirurgico multiplo, troppo rischioso e complicato; forse, in futuro, potremmo arrivarci attraverso il sangue. Come funzionano le staminali una volta trapiantate? Nella percezione comune dovrebbero ricostruire i tessuti sostituendo le cellule danneggiate (il dogma della medicina rigenerativa). Studi recenti, ancora una volta, contrastano con tale percezione, e ci aiutano a capire parte dei fallimenti registrati fino ad ora, poiché mostrano che tali cellule potrebbero agire evitando che un tessuto si danneggi e non tanto ricostruendolo quando danneggiato. E’ quindi possibile che siano più utili nelle fasi iniziali di malattia, e non in quelle tardive dove il danno è esteso ed irreversibile. Per trasformare esperienze anedottiche o promettenti risultati pre-clinici in terapie sicure ed efficaci non servono né i tentativi sommari e rischiosi (che possono ritardare, o addirittura bloccare, lo sviluppo e l’applicazione di queste terapie), né i viaggi della speranza, né le notizie gridate, né, tanto meno, schierarsi a favore o contro qualcuno o qualcosa. Serve una pianificazione oculata della ricerca che favorisca un dialogo sempre più stretto tra ricerca di base e ricerca clinica, utilizzare protocolli d’indagine (pre-clinica e clinica) internazionalmente validati e confrontabili, analizzare attentamente i risultati già ottenuti (soprattutto quelli negativi spesso sottaciuti dalle regole non scritte che la comunità scientifica erroneamente si è data) e, non ultimo, divulgare responsabilmente. Dobbiamo inoltre sforzarci di aumentare gli investimenti in questo settore utilizzando soprattutto finanziamenti pubblici che evitano derive profittevoli. Tutto questo richiede tempo, è vero, il primo trapianto di midollo risale al 1939 ma solo dagli anni ’80 in poi è diventato quotidianità. Ma questo è l’unico percorso responsabile da seguire. Dopo l’iniziale ubriacatura e i proclami miracolistici, è forse giunto il tempo della ragione.

Dott. Gianvito Martino, Responsabile Neuroimmunologia Ospedale San Raffaele Milano

TERAPIA CON NATALIZUMAB: UN POSSIBILE FUTURO

14 Marzo 2007

Trascorso un anno dal ritiro dal mercato americano del farmaco natalizumab (casa farmaceutica produttrice: Biogen Idec; nome commerciale: Tysabri, già denominato Antegren nel contesto di trial clinici), deciso nel febbraio 2005 dopo la segnalazione di due casi di leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML) in pazienti con sclerosi multipla (SM) trattati con Tysabri associato ad interferone beta-1a (vedi commento relativo sul nostro sito), la pubblicazione di tre articoli scientifici sul numero di marzo della rivista New England Journal of Medicine ha riaperto le prospettive di una possibile ripresa dell’utilizzo del farmaco stesso.

Due di questi articoli presentano i risultati finali dei trial clinici di fase III condotti con Tysabri. Il primo studio (denominato AFFIRM) ha valutato l’efficacia di 300 mg mensili di Tysabri (somministrati per via endovena in un’unica infusione) versus placebo in 942 pazienti con SM a remissioni e recidive (di cui 627 randomizzati a ricevere farmaco attivo). Lo studio ha avuto una durata di due anni e le misure primarie di efficacia erano sia la frequenza di ricadute cliniche che la progressione della disabilità alla scala EDSS dopo due anni. Nei pazienti trattati con natalizumab, il rischio di progressione della malattia è stato ridotto in media del 42% (sono progrediti il 17% dei pazienti trattati ed il 29% di quelli in placebo), mentre la frequenza di ricadute è stata in media ridotta del 68% nel gruppo trattato rispetto a quello in placebo. Oltre a ciò, la somministrazione di natalizumab si è associata ad una riduzione dell’80% del numero di lesioni di nuova comparsa alla risonanza magnetica (RM) dopo due anni e del 90% del numero di lesioni captanti, in confronto a quanto osservato nel gruppo placebo. Dal punto di vista della sicurezza e tollerabilità, non sono stati rilevati casi di PML, mentre gli eventi avversi più frequenti nel gruppo trattato sono stati reazioni allergiche e di ipersensibilità, mentre si sono verificate solo infezioni di entità lieve o moderata, peraltro senza significative differenze tra i due gruppi di trattamento.

Il secondo studio (denominato SENTINEL) ha valutato l’efficacia di 300 mg mensili di natalizumab (in monosomministrazione endovena, come nello studio AFFIRM) nel ridurre la frequenza di ricadute e la progressione di disabilità in pazienti con SM a remissioni e recidive che stavano già assumendo interferone beta-1a (30 mcg alla settimana IM) da almeno un anno e avevano presentato una o più recidive durante i 12 mesi precedenti l’inizio dello studio SENTINEL. Il disegno dello studio prevedeva la randomizzazione dei pazienti a ricevere natalizumab o placebo (entrambi in somministrazione endovena mensile) in aggiunta all’interferone stesso, per una durata di due anni. Lo studio ha arruolato 1171 pazienti, di cui 589 sono stati trattati con natalizumab + interferone. Nel gruppo trattato la percentuale di pazienti con progressione di malattia è stata del 24% inferiore (23% dei pazienti rispetto a 29% di quelli in placebo) e la frequenza media annuale di ricadute, sia pure molto bassa nel complesso, è anch’essa risultata significativamente minore (0.34 nei trattati, 0.75 nei placebo). L’associazione dei due farmaci ha anche condotto ad una significativa riduzione della attività di malattia alla RM. Tuttavia, in due dei pazienti trattati con natalizumab ed interferone, si è verificata la comparsa di PML, in un caso fatale.

L’ultimo articolo di interesse è il resoconto di una rivalutazione sistematica dei dati clinici, di laboratorio e di RM di 3116 pazienti partecipanti a trial clinici con natalizumab, volta ad escludere una diagnosi di PML anche in fase subclinica. Fra 44 casi di “possibile” PML, si è confermata la diagnosi solo nei 3 pazienti già segnalati (due con SM, partecipanti allo studio SENTINEL, ed uno con malattia di Crohn, partecipante ad una sperimentazione [studio ENCORE] con natalizumab versus placebo), giungendo quindi ad una stima di incidenza pari a 1:1000 pazienti trattati, per un periodo di esposizione al trattamento pari in media a 18 dosi. I risultati di questo studio non possono, ovviamente, fornire una stima del rischio a lungo termine né di quello associato a dosi cumulative maggiori di farmaco.

Basandosi su questi risultati, l’agenzia statunitense di regolamentazione dei farmaci (FDA) ha attivato la procedura per la reintroduzione in commercio del natalizumab, previa ridefinizione del rischio associato alla terapia e, molto probabilmente, limitata alla sua somministrazione “isolata” (ossia, non in associazione con interferone o altri immunomodulante). Si prevede che tale procedura possa concludersi favorevolmente entro il giugno 2006. Come è noto, l’eventuale disponibilità del farmaco in Europa ed in Italia dipenderà tuttavia dalla valutazione della analoga commissione Europea, che potrebbe pronunciarsi entro alcuni mesi dopo la decisione ufficiale della FDA.

La speranza di potere includere, tra un anno circa, il natalizumab nell’armamentario terapeutico della SM non deve però farci dimenticare che le reali valutazioni dei rischi legati ad una determinata terapia possono fondarsi solo sulla esperienza clinica “post marketing”, ossia nascere dalla sua somministrazione su vasta scala, al di fuori dei trial clinici e per periodi di tempo prolungati. L’invito e la raccomandazione ai pazienti con SM è, quindi, quello di non cercare “a tutti i costi” nuove terapie, ma di affidarsi ai propri neurologi di riferimento per una corretta valutazione del rapporto rischio/beneficio ad esse associato.